Dedicato a tutti quelli che pensano che il problema sia solo “italiano”.

È proprio vero che la carta non verrà mai meno!

Facebook lancia una rivista cartacea: “Grow”, ma, attenzione, non è una rivista, è solo un “programma di marketing aziendale”!

“Noi – ci tengono a sottolineare quelli di feisbuc – non siamo editori”. Quindi categoricamente si rifiutano di chiamarla “rivista”.

Ho letto la notizia oggi su Publishing Insider di MediaPost dove tra l’altro si aggiunge che in “Grow” non ci lavora nessun giornalista!

E i contenuti chi li ha scritti? 

“Sono stati creati da gente a cui abbiamo commissionato di scrivere materiale di marketing”, questa la candida risposta.

Sorgente: Facebook Launches Print Magazine “Grow,” Says It’s Not a Magazine 06/26/2018

Facebook butta un osso agli editori.

https://wordthy.wordpress.com/2011/08/18/bone/
Foto da: https://wordthy.wordpress.com/2011/08/18/bone/

Non è un segreto che il sentimento che gli editori nutrono per Facebook sia di odio-amore. Così esordisce oggi Erik Sass nel suo articolo pubblicato su mediapost.com.

“Comunque sia – prosegue Erik – Facebook è desiderosa di porre un rimedio e fare ammenda o, al limite [possiamo dire], di buttare un osso agli editori offrendo loro un nuovo servizio che permetterà agli utenti di acquistare abbonamenti online o pagare per le notizie lette.”

Stando a notizie apparse sul WSJ e riportate anche dal NYT, durante il Digital Publishing Summit tenuto a New York il 17 e 18 luglio, Campbell Brown, il responsabile Facebook per le partnerships con gli editori, ha illustrato i progetti per fornire strumenti che permettano loro di far pagare ai lettori i contenuti erogati vuoi dalla piattaforma Instant Article, vuoi direttamente dai propri siti una volta che il lettore ci arriva tramite Facebook.

Il sistema funziona come un paywall e permetterà la lettura ad esempio di 10 articoli gratuiti per poi invitare a sottoscrivere abbonamenti nel caso si desiderasse leggerne ulteriori.

Da dove arrivano i soldi della pubblicità agli editori?

In un articolo pubblicato ieri su Business Insider UK, Lara O’Reilly, dopo aver letto un rapporto di Digital Content Next (DCN), ci avverte che gli editori stanno incassando molti meno soldi del previsto dalle piattaforme digitali come Facebook, Google e Snapchat.

Ovviamente stiamo parlando di editori anglofoni. Più precisamente, i dati sono stati raccolti intervistando 19 delle più affermate testate internazionali tra cui ad esempio The Financial Times, ESPN, Bloomberg, NBC, e The New York Times.

I ricavi maggiori continuano ad essere alimentati in gran parte dalla pubblicità raccolta direttamente dagli editori, come si evince in questo grafico (più di sei milioni di dollari contro meno di un milione proveniente dalle piattaforme)

Suddivisione delle fonti dei ricavi pubblicitari delle maggiori testate internazionali


E, analizzando i ricavi provenienti da piattaforme e partner, la miglior fonte di entrate è quella di YouTube.

Il dilemma per gli editori resta quello di fidarsi o meno delle piattaforme.

Da un lato queste producono traffico e quindi impression e quindi soldi, dall’altro vengono viste come dei concorrenti perché sottraggono l’attenzione dei lettori.

Per ingraziarsi gli editori, sono nate iniziative come Google AMP, Facebook’s Instant Articles, e Snapchat Discover, ma più che rimedi si tratta di trappole che forniranno alle piattaforme il pieno controllo sui guadagni, sui lettori e sui dati che potranno raccogliere da questi ultimi.

The report, from Digital Content Next, reveals the average amount a premium publisher makes from distributing their content across third-party platforms.

Sorgente: A leaked report shows how much money publishers make from platforms like Facebook, Google, and Snapchat

Perché Facebook, è incompatibile con le notizie giornalistiche

by Frederic Filloux

Sorgente: Facebook’s Walled Wonderland Is Inherently Incompatible With News

 

A parte la necessità di sistemare al più presto la sua immagine pubblica, Facebook non ha alcun interesse oggettivo a risolvere il problema delle storie false.

Questa è l’opinione di Frederic Filloux che nella sua newsletter settimanale spiega perché dobbiamo prendere atto del fatto che a Facebook non interessano le notizie in senso giornalistico.

Rappresentano solo il 10% di quello che vede un membro del network e se le circostanze lo richiedono possono essere eliminate in un attimo senza nessun impatto negativo sulla piattaforma.

Aggiunge anche che, stando a fonti attendibili, le notizie giornalistiche saranno eliminate dal flusso dei feed degli utenti europei a fronte di iniziative della Comunità Europea contro Facebook, molto simili a quelle che hanno visto Google confrontarsi con gli editori UE.

L’ho letto su Facebook!

Più del 44% degli americani si informa su Facebook.

Sappiamo anche che gran parte del traffico sui siti di informazione viene prodotto da Facebook tramite le condivisioni e i post sponsorizzati o naturali.

Anche se Zuck si ostina a dire che la sua non è una media company, di fatto, mentre fino ad una decina di anni fa eravamo abituati a sentir dire “l’ha detto la televisione”, “l’ho letto sul giornale”, oggi dobbiamo abituarci all’idea che la fonte primaria delle notizie per gran parte degli americani e del resto degli abitanti del pianeta è, e sarà sempre di più, il “neutrale” algoritmo di Facebbok.

The Washington Post ha voluto indagare e racconta di un esperimento fatto qualche settimana fa per capire cosa ci viene proposto quotidianamente dal social network più potente del mondo.

Siccome Facebook conosce tutto di noi, ci si aspetta la fornitura di notizie tagliate su misura per i nostri gusti, i nostri orientamenti e le nostre abitudini, invece sembra proprio che ciò non avvenga.

Facebook uses an algorithm to pick the top story for each trending topic. We looked at which sites it picks more than others.

Sorgente: This is the news Facebook chooses for you to read – The Washington Post

Facebook si ingoia il mondo! … e allora?

QUALCOSA DI VERAMENTE DRAMMATICO sta accadendo al panorama dei nostri media di comunicazione, alla sfera pubblica e alla nostra industria del giornalismo, e questo succede quasi senza che ce ne accorgiamo e certamente senza il livello di esame critico e di dibattito pubblico necessario.

Così inizia l’intervento di Emily Bell direttrice del “Tow Center for Digital Journalism at Columbia Journalism School”, tenuto a Cambridge la scorsa settimana: “The End of the News as We Know It: How Facebook Swallowed Journalism.”

Social media hasn’t just swallowed journalism, it has swallowed everything. It has swallowed political campaigns, banking systems, personal histories, the leisure industry, retail, even government and security. The phone in our pocket is our portal to the world. I think in many ways this heralds enormously exciting opportunities for education, information, and connection, but it brings with it a host of contingent existential risks.

Sorgente: Facebook is eating the world – Columbia Journalism Review

Il titolo dell’articolo che riporta il discorso di Emily Bell è ancora più provocatorio: “Facebook si sta ingoiando il mondo“. L’ho condiviso sui vari gruppi social, ma ha generato molta indifferenza.

Parlando con alcuni conoscenti che fanno di mestiere il giornalista, ossia che vivono esclusivamente grazie a questa specifica professione, mi sono accorto in questi ultimi anni che, come da consuetudine, molti di loro non si sono mai chiesti da dove arrivassero i soldi che permettevano all’editoria dei periodici e dei quotidiani di prosperare e ultimamente di sopravvivere. L’importante era essere pagati a fine mese dai loro datori di lavoro.

L’ingenuità e il candore con cui molti colleghi si sono espressi e si esprimono, davanti a certe scelte cruciali come l’adozione del paywall o le tasse da far pagare ai quattro moschettieri OTT, li accomuna alla folla di utenti che riempie Facebook di commenti uterini o viscerali.

Gli editori, si sa, erano abituati a gonfiare i numeri.

E ai loro giornalisti faceva piacere: “lavoro per un giornale che stampa miliardi di copie al giorno” oppure “lavoro per un mensile che stampa più di 35.000 copie”:
Insomma, non è uno scherzo! 35.000 copie!
Il mio tira 35.000 copie, e il tuo?

Poco importa sapere che in Italia ci sono 35.000 edicole (adesso saranno diminuite) e che ci sono anche gli abbonati. Come facciamo a distribuire 35.000 copie alle 35.000 edicole e agli abbonati?

Ovviamente qualche parte del paese non verrà raggiunta, ma che importanza ha?
Internet no! Internet, a differenza della carta, arriverà dovunque!
Poi c’è la storia degli abbonati.
Nelle riviste specializzate, ma non solo lì, si sa, molte copie sono gratuite, altrimenti come fai a convincere gli inserzionisti?
Hai bisogno di un numero grosso. Gonfiabile a piacimento.

Gli inserzionisti non sono mica scemi, hanno spostato molti soldi sul programmatic a scapito della carta.

Ma questi sono problemi dell’editore!
A me basta che mi paghino a fine mese.

Come predicato in precedenza e come, con piacevole sorpresa, ho letto recentemente in una intervista a Steven Levy : “l’effetto di internet sul giornalismo è paragonabile a quello che succede alle rane bollite, continua a diventare sempre più caldo nella pentola ma nessuno salta fuori fino a quando è troppo tardi.”

Non sapevo che anche gli americani piacessero le rane bollite e che usassero lo stesso accorgimento di noi italiani per cucinarle.

Apple News delude gli editori americani.

Apple News
Apple News

Se è vero che agli editori americani non piace il giardinetto di Facebook, “Instant Article”, come riportato pochi giorni fa dal WSJ, è anche vero che, per ragioni diverse, non sono soddisfatti nemmeno dalle soluzioni proposte da Apple News.

Il titolo dell’ articolo pubblicato su digiday.com lo scorso 13 novembre, è molto esplicito: “Gli editori sono insoddisfatti dai risultati ottenuti con Apple News App.” e secondo quanto riportato da Lucia Moses, autrice del post, “il CEO di Time Inc. Joe Ripp, ha espresso frustrazione sui risultati ottenuti dalla sua azienda tramite la app Apple News – inoltre si aggiunge che  – molti altri dirigenti editoriali stanno esternando il loro scontento totale: sia in relazione del traffico ottenuto da due mesi a questa parte dall’aggregatore di notizie di Apple, sia per l’esperienza utente e sia per i dati che Apple sta loro fornendo.”

Se leggiamo invece il panegirico a favore di Instant Article (Facebook) scritto su blog.newswhip  dal titolo: “Gli articoli pubblicati su Instant Articles sono condivisi il triplo rispetto ai tradizionali link di condivisione”, dovremmo dedurre che qualcosa di buono dal social network più famoso al mondo, lo si possa ottenere.

In questo caso, infatti, l’elogio si limita alla “condivisione” e quindi al traffico generato, e non entra nel merito sollevato da WSJ tutto orientato al modo con cui vengono gestiti i ricavi pubblicitari offerti da Facebook agli editori.

Tutto ciò fa pensare che, mentre gli editori con Apple non trovano la sintonia giusta perché l’accrocco non funziona bene, con Facebook si tratta solo di decidere come dividersi la fetta del dolce.

Disruption! Perché a farne le spese non saranno solo i giornalisti.

Disruption! Termine molto usato e molto caro a chi si occupa di analizzare le conseguenze dell’avvento del digitale nel mondo dei media.

Cosa significa? Cercando sui vari dizionari online ho trovato diversi significati: disfacimento, disgregazione, frantumazione, interruzione, rottura, scompiglio.

Insomma: niente sarà più come prima!

A farne le spese nel mercato dell’informazione non saranno solo i giornalisti, ma molte altre figure professionali coinvolte nella filiera della stampa e dell’editoria.

Pensate ad esempio ai venditori di spazi pubblicitari. Ormai c’è il Real Time Bidding. Gli spazi (banner e impression) vengono offerti e venduti con il metodo delle aste fatte in tempo reale e le grande piattaforme tecnologiche come Google, Facebook, Amazon, sono tutte pronte con i loro DSP (Demand Site Platform), sistemi che permettono agli inserzionisti, alle agenzie o ai network pubblicitari di acquistare spazi (nel nostro caso impression o click) offerti da siti differenti e diversi, sia di editori e sia di blogger personali o aziendali, con una precisione più accurata e meno dispersiva rispetto ai metodi tradizionali, perché si raggiungono target più mirati e più selezionati in contesti più giusti e nei tempi più consoni.

(Un articolo in inglese, che spiega cosa siano i DSP e quali conseguenze avranno nel mondo dei media lo trovate qui.)

Questi sistemi sono in uso da due o tre anni e ho letto, proprio oggi su Pulse di LinkedIn, un articolo di Paolo Serra che parla del lancio, da parte di Facebook, della sua piattaforma DSP nei primi mesi del 2016.

Il panorama dell’offerta dei DSP si fa quindi affollato e Facebook ha tutti i requisiti per essere tra i migliori player. In questi giorni ha anche annunciato di essere pronta ad offrire marketing di prossimità:

Facebook will provide brands with information about the foot traffic around their stores and let them get more granular with locally targeted ads.

Sorgente: Facebook to Tell Brands More About Who’s Near Their Stores, Tailor Ads to Them

Intanto gli europei affilano le loro armi:

Facebook has been ordered by a Belgian court to remove a tracking cookie but what is it and what does it do?

Sorgente: What is Facebook doing with my data? – BBC News

 

Belgium’s privacy watchdog hailed a Brussels court decision ordering Facebook Inc. to stop tracking nonmembers in the country without their consent.

Sorgente: Belgian Privacy Watchdog Hails Facebook Court Ruling – WSJ