UBI! Se non ce l’ha fatta il marxismo, ci riuscirà il capitalismo.

Dispiace che a farne bandiera siano stati solo i pentastellati, ma è certo che il reddito di base sarà inevitabile: gli androidi e i robots sono una realtà alle porte del nostro futuro e non la finzione di qualche romanziere e, inevitabilmente, sottrarranno lavoro.

Inutile fingere o fare dei distinguo nel timore di creare panico.

Quello che aveva predetto Kurzweil nel suo libro “La singolarità è imminente” così come le deduzioni fatte da Jeremy Rifkin nel suo “La fine del lavoro” si stanno materializzando.

Consiglio la lettura dell’articolo pubblicato da Valigia Blu.Il tempo stimato di lettura è di un’ora, ma ne vale la pena.

Il reddito di base è una cosa seria

Sempre sugli editori e il loro conflitto con gli “innovatori”.

Leggo oggi su huffingtonpost.it che “gli editori tedeschi stanno cercando di sopprimere internet in Europa.” (09/12/2017)

L’autore dell’articolo è Antonio Rotolo, padre fondatore di ludwing.guru un sito molto interessante e molto utile che vi aiuta a scrivere più correttamente e più facilmente in inglese.

Ovviamente Antonio teme che se davvero dovesse passare una “Link Tax”, così come formulata e descritta nel suo articolo (che è di circa due mesi fa), sorgerebbero problemi seri anche per lui e per la sua società che, per far funzionare il sistema di aiuto di scrittura, attinge a man bassa dal web.

Dopo aver letto il suo articolo e i commenti, ho pensato che sia opportuno esprimere alcune cose a riguardo che ripropongo di seguito.

Capisco le preoccupazioni di Antonio, ma non posso accettare che ci dica che “Questo colpo di mano liberticida è operato a vantaggio di quegli editori che sono stati incapaci di innovarsi con l’avvento d’internet”.

È una vecchia canzone che abbiamo ascoltato fin troppe volte. In nome della santa “innovazione” si finisce per giustificare tutto senza andare a fondo delle implicazioni che questa comporta.

Antonio con la sua startup dà lavoro a un manipolo di persone, gli editori tradizionali europei danno lavoro a migliaia di persone.

Non sono stati capaci di innovare? È un argomento fuorviante! Sarebbe come dire che i nativi d’America non sono stati capaci di emanciparsi. E con questo giustificare il loro sterminio.

Che il web abbia dato l’opportunità di saccheggiare continuamente i contenuti della stampa tradizionale è cosa appurata, ma il vero saccheggio è stato fatto sul fronte della pubblicità. Spiegare cosa è successo in questo breve spazio è impossibile ma io suggerisco comunque di evitare di dare dei giudizi tranchant di parte.

Ricordatevi che l’industria dei media dà lavoro a migliaia di persone, sia assunte sia impiegate nell’indotto e ha tutto il diritto di difendersi nei confronti di quelle quattro o cinque società che sono diventate padrone del web con regole inventate da loro e che non sanno più da che parte nascondere i loro profitti mentre l’industria dei media è in continua crisi, deve licenziare, prepensionare applicare contratti di solidarietà e chiedere la cassa integrazione.

Aggiungo che il problema non è solo europeo! Non c’è gruppo editoriale statunitense che non sia stato costretto a ridurre il personale negli ultimi cinque anni o a chiudere i battenti.

Io sono favorevole all’innovazione, ma a patto che qualcuno si faccia carico dei costi indotti che questa comporta.

Quando le auto e i mezzi di trasporto non avranno più bisogno di conducenti, qualcuno dovrà farsi carico delle famiglie dei taxisti e dei camionisti dei tramvieri e dei ferrovieri. Non ditemi che sarà per colpa loro, perché non hanno saputo innovarsi! Dovremo per forza di cose adottare il reddito di base incondizionato prendendo i fondi dagli innovatori là dove li andranno a nascondere.

Lettori sempre più insoddisfatti del giornalismo schierato.

Cresce l’insoddisfazione globale dei lettori nei confronti dell’industria della notizia (editori e giornalisti). Ad alimentarla, negli Stati Uniti, sono i sostenitori delle varie correnti politiche.

Secondo uno studio di Pew Research condotto in 38 differenti paesi, la gran parte della gente intervistata a tal proposito, afferma di volere dai media servizi giornalistici che non siano a favore di una parte politica rispetto ad un’altra.

L’Italia e la Giordania sono i due paesi che seguono gli USA nel maggior divario tra coloro che sostengono che non sia accettabile e coloro che sostengono invece che sia accettabile che i media si schierino a favore di una parte politica.

L’articolo con i link alla ricerca è disponibile su niemanlab.org:

In the U.S., supporting the party in power correlates with thinking the media does a terrible job. The opposite is true in nearly every other country surveyed.

Sorgente: Global unhappiness with the news media is high. In the U.S. (surprise!) partisanship drives what people think about the media » Nieman Journalism Lab

Giornalisti USA, contrari al paywall, cambiano idea.

The Times paywall

Giornalisti contrari al PayWall!

È nota l’avversità di molti giornalisti nei confronti del paywall, ne avevo già parlato due anni fa su Linkedin in questo post.

Noto, è anche il fatto che per anni i giornalisti non si sono mai peritati di sapere da che parte arrivassero i soldi per mantenerli. Hanno sempre ritenuto non fosse affar loro.

Ma da quando esiste il web la vanità si è fatta avanti a spallate.

Non bloccate i miei articoli con catenacci e chiavistelli, voglio che mi leggano tutti, questo, in sintesi, il comune sentire di molti giornalisti.

Vuoi vedere che forse qualcosa cambia.

Per anni ostili a restringere l’accesso ai contenuti ai soli lettori paganti, ora invece i giornalisti d’oltremanica cambiano idea in proposito e in un articolo pubblicato su digiday UK, si racconta come si siano modificate alcune convinzioni comuni.

“È certamente un’inversione di tendenza. – dice Lucia Moses l’autrice dell’articolo – Una decina di anni fa, l’idea di limitare l’accesso al tuo giornalismo era un anatema per le redazioni, allora addestrate al modello di massimizzare il traffico per ottenere più pubblicità. Il New York Times ha dovuto combattere questo atteggiamento nel 2005 quando ha lanciato TimesSelect, un esperimento di due anni che ha visto pubblicare gli articoli dei giornalisti proteggendoli con un paywall che fu poi esteso all’intero sito nel 2011.”

“Da allora – continua Lucia – l’adozione del paywall è aumentata poiché gli editori si sono resi conto che le notizie digitali non possono sopravvivere contando solo sulle entrate pubblicitarie. C’è anche il conforto dei numeri. È difficile trovare una redazione negli Stati Uniti, che non abbia oggi, un modello di ricavo basato sui proventi forniti dai lettori. “

Meglio tardi che mai.

Speriamo che la capiscano anche i giornalisti nostrani.

 

Sorgente: Reporters, once set against paywalls, have warmed to them – Digiday

Usate WordPress? Siate pronti all’evento epocale: arriva Gutenberg

Che cosa succederà con l’avvento di Gutenberg, agli esistenti plugins di impaginazione di WordPress?

Verranno abbandonati dagli sviluppatori che li hanno creati?

E cosa succederà a tutti quei siti che sono stati creati con strumenti di impaginazione come per esempio. Page Composer, Elementor, Live Composer o Beaver Builder?

Queste sono le domande che ci siamo fatti un po’ tutti lo scorso 12 dicembre al WP Meetup di Milano.

E sono le stesse preoccupazioni che ha evidenziato Matt Mullengwen in occasione del WordCamp US in Nashville (dicembre 2017): “Ovviamente – dice Matt – tutti sono eccitati all’idea di cosa possa fare Gutenberg, ma mi sono reso conto che alcuni presenti a questo evento sono terrorizzati all’idea di cosa possa succedere: tutto si rovinerà, le cose non funzioneranno più, bisognerà rieducare i clienti … ma tranquillizzatevi, abbiamo pensato di fornire una versione di Gutenberg Classic Editor”

Le opinioni più diffuse sostengono che Gutenberg in versione stabile non sarà pronto per il prossimo Aprile 2018 e che prima di adottarlo la gran parte dei webmaster aspetterà ancora un paio di anni.

Si può essere d’accordo o meno con questa visione, ma resta il fatto che se la mattina del 1° aprile 2018, la versione 5.0 di WordPress sarà disponibile con le caratteristiche di Gutenberg incorporate, molti webmaster si troveranno di fronte al grande dilemma se fare l’update o meno.

Veramente esiste il rischio che con Gutenberg i siti con pagine e articoli creati con i plugins di impaginazione attuali verranno corrotti per questioni di incompatibilità o di conflitti di codice?

L’opinione più diffusa è che numerosi page builders di WordPress attualmente presenti sul mercato, offriranno l’opzione di disabilitare Gutenberg.

Altri ipotizzano che sia lo stesso WordPress ad offrire l’opportunità di disabilitare le caratteristiche di Gutenberg. In quale fase non è ancora chiaro: prima o dopo l’update?

Un’altra visione vede l’ipotesi che molti sviluppatori di plugin di impaginazione facciano tesoro delle caratteristiche di Gutenberg e le armonizzino all’interno dei loro codici.

Comunque vadano le cose, per gli sviluppatori dei vari sistemi di impaginazione per WordPress, la vita futura non sarà facile: ad aprile mancano solo tre mesi.

Se volete approfondire vi segnalo l’articolo in inglese apparso su LinkedIn di Morten Rand-Hendriksen che ha tenuto una sessione la settimana scorsa in occasione del WordCamp US in Nashville, dal titolo “WordPress is Changing. Here are 3 Things You Need to Know About Gutenberg

Oltre alla sua presentazione, è interessante anche guardarsi la registrazione dell’intervento di Matt Mullengwen contenuta nell’articolo che vi ripropongo di seguito.

Queste riflessioni sono state da me pubblicate originariamente, in una versione leggermente diversa, in questi due social:

La crisi dei giornali e i suoi negazionisti

Ovvero: sull’incomprensibile incapacità di alcuni giornalisti di capire cosa stia succedendo al mondo dell’editoria dei periodici e dei quotidiani.

Leggendo lo stupore manifestato da Enzo Pennetta (I sicari dell’editoria) e dai sui colleghi dell’Associazione Stampa Romana (IntelligoNews chiude), si ha la sensazione che costoro abbiano vissuto gli ultimi dieci anni in un mondo incantato.

Non è chiaro se da disinformati oppure da increduli.

Sono più propenso a pensare alla seconda ipotesi.

Viviamo quotidianamente il problema delle fake news, probabilmente questi giornalisti hanno ritenuto falso anche l’appello che da più parti editori e associazioni estere di editori e giornalisti hanno reiterato contro lo strapotere di Facebook e di Google nel mondo del business dell’informazione e della notizia che ha costretto tantissimi editori stranieri a ripensare il proprio modello remunerazione.

Tutt’ora vediamo come tantissime testate sono in costante e continua ricerca di un modello di business per sopravvivere: paywall nelle sue infinite declinazioni, frewall, premium, freemium, native advertising, micropagamenti per singolo articolo o gruppo di articoli, banner venduti da agenti o da agenzie, banner venduti tramite ad exchanger, banner venduti dagli affiliates, banner venduti con strumenti programmatic … dimentico qualcosa? ah si, liste di lettori affittate o vendute agli inserzionisti o a i mediatori … cos’altro?

E badate, in crisi non sono solo gli editori tradizionali che si stanno riconvertendo al digitale ma sono in crisi anche i pure player, ossia gli editori nati dal nulla che sono partiti solo con edizioni digitali.

Non conosco nei dettagli cosa sia successo effettivamente a IntelligoNews, ma stupisce la presunzione di quei giornalisti che criticano costantemente gli editori e si dimenticano di riferire che il web ha distrutto il business della notizia e di dire che qualcuno, che si dichiara non editore per evitare le responsabilità di cosa pubblica, è diventato di fatto il padrone del business sui contenuti del web.

Pubblicato originariamente su Facebook nel gruppo “Giornalisti Italiani su Facebook” 11 dicembre 2017 

https://www.facebook.com/groups/giornalisti.italiani/permalink/10154879746475899/

Facebook butta un osso agli editori.

https://wordthy.wordpress.com/2011/08/18/bone/
Foto da: https://wordthy.wordpress.com/2011/08/18/bone/

Non è un segreto che il sentimento che gli editori nutrono per Facebook sia di odio-amore. Così esordisce oggi Erik Sass nel suo articolo pubblicato su mediapost.com.

“Comunque sia – prosegue Erik – Facebook è desiderosa di porre un rimedio e fare ammenda o, al limite [possiamo dire], di buttare un osso agli editori offrendo loro un nuovo servizio che permetterà agli utenti di acquistare abbonamenti online o pagare per le notizie lette.”

Stando a notizie apparse sul WSJ e riportate anche dal NYT, durante il Digital Publishing Summit tenuto a New York il 17 e 18 luglio, Campbell Brown, il responsabile Facebook per le partnerships con gli editori, ha illustrato i progetti per fornire strumenti che permettano loro di far pagare ai lettori i contenuti erogati vuoi dalla piattaforma Instant Article, vuoi direttamente dai propri siti una volta che il lettore ci arriva tramite Facebook.

Il sistema funziona come un paywall e permetterà la lettura ad esempio di 10 articoli gratuiti per poi invitare a sottoscrivere abbonamenti nel caso si desiderasse leggerne ulteriori.

Come Google compra indulgenze.

Niente di nuovo sotto il sole.

Ho letto ieri l’articolo di Luca Sofri, pubblicato su wittgenstein.it titolato “Coi Soldi di Google”, dove manifesta alcune sue perplessità sul “severissimo commento” di Gianluca Mercuri, apparso sul Corriere della Sera , “per l’intervento di un centro studi americano contro i soldi spesi da Google per ottenere consensi accademici ai propri interessi economici e fare quindi lobbying sulla “legislazione antitrust e norme antipirateria” “.

Con tutta probabilità Gianluca Mercuri si riferisce all’articolo scritto da Brody Mullins e Jack Nicas sul WSJ “Paying Professors: Inside Google’s Academic Influence Campaign” riportato in diversi siti anglofoni che si occupano dell’industria dell’informazione.

Pur avendo grande ammirazione e stima per tutto quello che ha fatto e che fa Google per lo sviluppo del software e per l’innovazione su molti fronti tecnologici, da anni sostengo che Google è fonte di problemi perché (insieme a Facebook) drena le risorse economiche che un tempo affluivano all’editoria dei giornali. E questo, si badi, indipendentemente dal fatto che siano calati i numeri dei lettori e degli abbonati, fattore questo che c’entra solo in parte con le perdite delle entrate pubblicitarie.

L’equazione sostenuta da molti: “meno lettori uguale meno pubblicità”, per giustificare il tracollo dei media tradizionali, è fuorviante. Gli inserzionisti usano gli strumenti offerti da Google e da Facebook per raggiungere i loro obbiettivi là dove questi usufruiscono comunque di contenuti forniti dagli editori tradizionali.

Questa preoccupazione l’ho manifestata in diversi modi, soprattutto sostenendo lecito e corretto che i vari governi europei si coalizzassero per rettificare, correggere o adottare giusti rimedi per recuperare le risorse economiche che Google e Facebook stanno sottraendo ai giornali tradizionali.

Quello che non siamo riusciti a fare noi in Europa, lo stanno facendo i giornali americani che hanno creato The News Media Alliance nata per contrastare il duopolio Google-Facebook  che domina ormai, nell’era digitale, il mondo delle inserzioni pubblicitarie sfruttando i contenuti dei giornali tradizionali.

Mi è sempre dispiaciuto vedere come tanti giornalisti non se ne rendessero conto e manifestassero il loro dissenso ogni qualvolta si tentasse di arginare il fenomeno adottando tasse ad hoc o mettendo in discussione il metodo di fatturazione o comunque cercando di trovare rimedi al fenomeno misconosciuto dai più.

Ma sicuramente, credetemi, non l’hanno fatto certo per collusione, si tratta di pura e semplice ignoranza.

Anche al New York Times bisogna licenziare.

Per dirla in parole povere, al New York Times le cose non vanno bene e bisogna licenziare della gente.

Si parla di 50 giornalisti su 100.

Il mese scorso avevo diffuso la notizia dell’offerta da parte della direzione del NYT, fatta ai redattori, di una buonuscita consistente affinché si licenziassero.

Il piano prevedeva inoltre l’assunzione di 100 nuovi giornalisti e la ristrutturazione dell’intera redazione oggi divisa in due tronconi.

Inoltre si voleva bilanciare il numero dei redattori rispetto ai giornalisti aumentando il numero di questi ultimi. Ma i redattori non sono d’accordo, non ci stanno e accusano il management di tirare ad indovinare cosa fare in futuro.

Mi sembra di vedere un film già visto anche a casa nostra, in Italia!

Intanto i colpevoli di tutto questo casino stanno tranquilli a spiegare che loro hanno messo al centro dell’attenzione il cliente e fanno tutto per il suo bene.

Editors and reporters in the New York Times Co. newsroom can no longer keep quiet about their growing frustrations regarding the direction of the paper.

Sorgente: New York Times newsroom walks out after editors, reporters send letters decrying direction of paper – MarketWatch