UBI! Se non ce l’ha fatta il marxismo, ci riuscirà il capitalismo.

Dispiace che a farne bandiera siano stati solo i pentastellati, ma è certo che il reddito di base sarà inevitabile: gli androidi e i robots sono una realtà alle porte del nostro futuro e non la finzione di qualche romanziere e, inevitabilmente, sottrarranno lavoro.

Inutile fingere o fare dei distinguo nel timore di creare panico.

Quello che aveva predetto Kurzweil nel suo libro “La singolarità è imminente” così come le deduzioni fatte da Jeremy Rifkin nel suo “La fine del lavoro” si stanno materializzando.

Consiglio la lettura dell’articolo pubblicato da Valigia Blu.Il tempo stimato di lettura è di un’ora, ma ne vale la pena.

Il reddito di base è una cosa seria

Facebook butta un osso agli editori.

https://wordthy.wordpress.com/2011/08/18/bone/
Foto da: https://wordthy.wordpress.com/2011/08/18/bone/

Non è un segreto che il sentimento che gli editori nutrono per Facebook sia di odio-amore. Così esordisce oggi Erik Sass nel suo articolo pubblicato su mediapost.com.

“Comunque sia – prosegue Erik – Facebook è desiderosa di porre un rimedio e fare ammenda o, al limite [possiamo dire], di buttare un osso agli editori offrendo loro un nuovo servizio che permetterà agli utenti di acquistare abbonamenti online o pagare per le notizie lette.”

Stando a notizie apparse sul WSJ e riportate anche dal NYT, durante il Digital Publishing Summit tenuto a New York il 17 e 18 luglio, Campbell Brown, il responsabile Facebook per le partnerships con gli editori, ha illustrato i progetti per fornire strumenti che permettano loro di far pagare ai lettori i contenuti erogati vuoi dalla piattaforma Instant Article, vuoi direttamente dai propri siti una volta che il lettore ci arriva tramite Facebook.

Il sistema funziona come un paywall e permetterà la lettura ad esempio di 10 articoli gratuiti per poi invitare a sottoscrivere abbonamenti nel caso si desiderasse leggerne ulteriori.

Da dove arrivano i soldi della pubblicità agli editori?

In un articolo pubblicato ieri su Business Insider UK, Lara O’Reilly, dopo aver letto un rapporto di Digital Content Next (DCN), ci avverte che gli editori stanno incassando molti meno soldi del previsto dalle piattaforme digitali come Facebook, Google e Snapchat.

Ovviamente stiamo parlando di editori anglofoni. Più precisamente, i dati sono stati raccolti intervistando 19 delle più affermate testate internazionali tra cui ad esempio The Financial Times, ESPN, Bloomberg, NBC, e The New York Times.

I ricavi maggiori continuano ad essere alimentati in gran parte dalla pubblicità raccolta direttamente dagli editori, come si evince in questo grafico (più di sei milioni di dollari contro meno di un milione proveniente dalle piattaforme)

Suddivisione delle fonti dei ricavi pubblicitari delle maggiori testate internazionali


E, analizzando i ricavi provenienti da piattaforme e partner, la miglior fonte di entrate è quella di YouTube.

Il dilemma per gli editori resta quello di fidarsi o meno delle piattaforme.

Da un lato queste producono traffico e quindi impression e quindi soldi, dall’altro vengono viste come dei concorrenti perché sottraggono l’attenzione dei lettori.

Per ingraziarsi gli editori, sono nate iniziative come Google AMP, Facebook’s Instant Articles, e Snapchat Discover, ma più che rimedi si tratta di trappole che forniranno alle piattaforme il pieno controllo sui guadagni, sui lettori e sui dati che potranno raccogliere da questi ultimi.

The report, from Digital Content Next, reveals the average amount a premium publisher makes from distributing their content across third-party platforms.

Sorgente: A leaked report shows how much money publishers make from platforms like Facebook, Google, and Snapchat

Crisi del giornalismo. È ora che Google e Facebook mettano mano al portafoglio.

La crisi dell’industria della notizia non risparmia nessun paese al mondo.

Dopo aver letto un po’ dovunque, e da diversi anni, dello stato comatoso in cui giacciono i quotidiani d’oltreoceano, dopo aver appreso che in cinque anni i ricavi dei nove maggiori gruppi editoriali italiani sono calati del 32% e si son persi 4.500 posti di lavoro, leggo oggi che anche la virtuosa Gran Bretagna ha i suoi bei problemi, l’industria della notizia fatta da quotidiani locali e nazionali, in 11 anni ha perso più del 50% dei ricavi.

A differenza degli americani e degli italiani che per motivi diversi sono propensi a non voler capire chi siano i veri responsabili di questa crisi, gli inglesi hanno le idee molto chiare e non solo conoscono per bene questi responsabili ma chiedono loro di mettere mano al portafoglio e porre rimedio ai danni.

Press Gazette has been reporting on British journalism without fear or favour since 1965. Our mission is to provide a news and information service which helps the UK journalism.

Sorgente: Scale of crisis facing news industry is exposed by NMA report: Google and Facebook must start paying fair share to publishers – Press Gazette

Il russo Popov, l’americano Trump e Google Analytics.

Controllando oggi i dati di Google Analytics dei miei siti, sono rimasto colpito dal traffico proveniente dal sito http://motherboard.vice.com/ e dal sito http://lifehack.com/. Ancora peggio da quelli relativi a compliance-barak.xyz e compliance-elena.xyz.

traffico analytics
Ma che roba è? Appaiono nel traffico “referral”.

Ma come è possibile una cosa del genere?

Esistono addirittura nella panoramica del pubblico, lingue inesistenti, veri e propri messaggi del tipo:

“Secret.ɢoogle[dot]com You are invited! Enter only with this ticket URL. Copy it. Vote for Trump!,”. (notare la “ɢ” di ɢoogle)

Google Analytics Panorama Visite: Lingua
Google Analytics Panorama del Pubblico suddiviso per Lingua

L’arcano si svela leggendo il link referral che ha creato il maggior traffico: http://motherboard.vice.com/read/this-pro-trump-russian-is-spamming-google-analytics.

Un russo, tale Vitaly Popov, è riuscito a spammare Google Analytics, un po’ per vendetta e un po’ per fama e un po’ per sostenere Donald Trump.

“Money. Traffic is money.”

Sorgente: This Russian Is Spamming Google Analytics to Show His Support for Trump | Motherboard

Come rimediare?

In rete ci sono tanti consigli a tal proposito. La cosa è nota da un paio di anni, ma a me non mi era mai capitato di incorrere in questo inconveniente.

In alcuni casi si tratta di veri e propri spam malefici con link a siti che installano malwere dannosi.

Tra i tanti articoli che insegnano come rimediare consiglio questo, pubblicato nel gennaio del 2015.

Per sapere invece quale trappola si nasconde dietro compliance-alex.xyz e le sue varianti, leggete qui (inglese)

Perché Facebook, è incompatibile con le notizie giornalistiche

by Frederic Filloux

Sorgente: Facebook’s Walled Wonderland Is Inherently Incompatible With News

 

A parte la necessità di sistemare al più presto la sua immagine pubblica, Facebook non ha alcun interesse oggettivo a risolvere il problema delle storie false.

Questa è l’opinione di Frederic Filloux che nella sua newsletter settimanale spiega perché dobbiamo prendere atto del fatto che a Facebook non interessano le notizie in senso giornalistico.

Rappresentano solo il 10% di quello che vede un membro del network e se le circostanze lo richiedono possono essere eliminate in un attimo senza nessun impatto negativo sulla piattaforma.

Aggiunge anche che, stando a fonti attendibili, le notizie giornalistiche saranno eliminate dal flusso dei feed degli utenti europei a fronte di iniziative della Comunità Europea contro Facebook, molto simili a quelle che hanno visto Google confrontarsi con gli editori UE.

Ma la crisi è dei giornali o del giornalismo?

Sorgente: La crisi senza fine dei giornali italiani – pagina99

Lelio Simi, nel suo articolo, afferma che mentre i giornali italiani vanno male, “All’estero guadagnano soldi con il il web e vendendo dati.”

Purtroppo a me non risulta. Sia i pure player (per esempio Buzzfeed che dichiara di aver quadruplicato i ricavi, ma si dimentica di dire che ha quintuplicato i debiti) e sia i legacy ( per esempio Wall Street Journal che per non licenziare offre il buyout ai dipendenti che sacrificano il loro TFR oppure il Washington Post che vede Bezos confessare di non sapere ancora cosa fare per monetizzare) non godono di ottima salute.

Io continuo a pensare che la crisi sia del giornalismo e conseguentemente dei giornali.

In un mondo in cui chiunque può pubblicare qualcosa grazie al web, senza necessariamente essere pagato per farlo ma solo perché ha qualcosa di interessante da dire, che senso ha ancora la professione del giornalista.

 

Sempre sull’argomento:
Print newspapers are dying faster than you think
(I giornali stanno morendo più velocemente di quanto si potesse pensare)

Il futuro del giornalismo non prevede giornalisti.

Michele Masneri su Il Foglio del 4 luglio scorso, racconta, analizza e commenta il caso della redazione di H24,

che oggi fornisce notizie-video a Sky, a Corriere.it e alla Gazzetta dello Sport, e che sterminerà definitivamente la categoria di noi cronisti. Quaranta dipendenti, due milioni e mezzo di euro di fatturato, produce news ad alto valore aggiunto ed è rigorosamente “reporter-free”, e anche adesso che magari si espanderà cerca fisici, statistici, matematici, non certo disgraziati come noi col tesserino dell’Odg. Al posto del tesserino rosso, infatti, c’è un algoritmo: non tanto per battere notizie ma per frullarle, pescarle nell’enorme mare della Rete.

Edizione online del Foglio quotidiano – Direttore Claudio Cerasa

Sorgente: Il giornale senza giornalisti

Fine della corsa per ostruzione stradale. Gli editori digitali non corrono più.

Le metafore possono essere tante. Su Linkedin, ho preferito quella navale: “Gli editori digitali puri, ammainano le vele. Fine del vento in poppa.” La sostanza è la stessa.

BuzzFeed, Mashable, Yahoo, Medium … la lista è lunga e l’elenco dei tagli al personale e/o la riduzione dei profitti continua a crescere, afferma Ken Doctor su NiemanLab. “La nascente industria del giornalismo digitale è andata a sbattere contro il muro”. Scordatevi gli studi e le analisi fatte due anni fa da PewResearchCenter che analizzando lo scenario del giornalismo americano aveva profetizzato la creazione di 5.000 posti di lavoro.”

Ken , ricordando le recenti voci sui dialoghi tra Yahoo e gli editori tradizionali per congiungere le forze alla ricerca di un nuovo sostenibile modello di business, avvisa che “tutti quelli che credevano che le nuove realtà digitali avessero capito come rimpiazzare le aziende tradizionali dell’industria della notizia, si devono ricredere”.

Ma chi si è messo in mezzo alla strada a ostruire la corsa, viene da chiedersi.  Beh, gli adblocker, il programmatic, sono i primi che mi vengono in mente e che cita anche Ken. Ma Ken aggiunge anche la stupidità del credere che bastasse diventare “grandi” per essere redditizi. Sì, è vero le start-up digitali sono diventate grandi rispetto agli standard dell’editoria tradizionale – ma sono rimaste piccole rispetto a Google e Facebook.

Hai capito l’antifona?

The digital startups were supposed to figure out how to replace the legacy news outlets. Now they’re facing their own headwinds.

Sorgente: Newsonomics: With new roadblocks for digital news sites, what happens next?

Far pagare i contenuti o farsi mantenere dagli inserzionisti?

Può darsi che negli anni 90 entrambe le cose potevano funzionare per un giornale, ma ai giorni nostri è meglio scegliere uno dei due modelli senza compromessi e adottarlo definitivamente. Questo, in estrema sintesi, il suggerimento dato da Frédéric Filloux in un articolo pubblicato ieri nel suo blog mondaynote.com.

Venti anni fa – dice Frédéric – otto dollari su dieci venivano dalla pubblicità, il resto dagli abbonamenti e dalle vendite in edicola.
Oggi non è più così. Il digitale ha devastato il confortevole modello dei gloriosi giorni in cui si combatteva per avere un dollaro in più di pubblicità o di abbonamenti con le stesse armi: qualità, rilevanza e unicità.

Invece di contenuti di alta qualità, si privilegiano i listicles (gli articoli basati su elenchi insulsi o liste di preferenze), i video stravaganti o spettacolari, gli articoli per catturare qualche click in più esasperando titoli e contenuti, e tanta massiccia propagazione sui social networks, tutto per conquistare un pubblico immenso calcolabile in milioni di visitatori unici che alla fine producono solo un bassissimo ricavo medio per unità, in sostanza pochi dollari per utente/lettore.

  Playing both sides of digital models is becoming increasingly perilous. Legacy media struggle to combine ads and subscriptions, but pure players entering the game tend to be way more decisive in their choices. The digital media sector has become unforgiving for unclear business models. Publishers of legacy media often like to play on both sides of the game: They want to imitate pure players natively designed to collect ads while preserving their legacy paid-for model. Problem is: compromise breeds weakness, no choice is often the worst choice. This trend is rooted in memories of the ancient print press revenue system. Twenty years ago, 8 dollars out of 10 came from commercial and classifieds ads; the rest was drawn from subscriptions and newsstand sales. In America, national or metro newspapers were picked-up at street-corner metal boxes for just a quarter (in Europe, the revenue structure was more balanced.) People who, at the time, were in sales & marketing positions

Sorgente: Paid Or Ad-Supported: Pick One Model, And Stick With It | Monday Note