Perchè i giornali falliscono

Verso la fine di febbraio 2020, prima che scoppiasse la pandemia del corona virus, mi sono imbattuto in una serie di post che meritano di essere ricordati.

Incominciamo con il post di Pier Luca Santoro su Facebook, relativo alle tre ragioni che Frederic Filloux il 16 febbraio, nel suo articolo MN_Briefing 02.16.20, individua come le cause dei fallimenti:

  1. Struttura del personale antiquata
  2. Errori nella distribuzione dei contenuti
  3. Riduzione anziché espansione

Poi a ruota c’è stato Chris Anderson, quello della “coda lunga” ex giornalista (The Economist, Nature e Science) poi redattore e direttore di Wired e ora imprenditore coinvolto in diverse società che producono software.

Il 18 febbraio Anderson pubblica un articolo su LinkedIn dal titolo:

“The problem with the tech media is not that they don’t understand tech. It’s that they don’t understand business

Detto così, può far pensare che quelli che non capiscono siano gli editori (tech media) ma poi, se leggete il testo dell’articolo, il riferimento ai giornalisti è esplicito:

the easy complaint — journalists aren’t technical enough to understand what they’re writing about — is not the real explanation. It’s not that journalists don’t understand technology, it’s that they don’t understand business. And this is not by accident: they have been expressly walled off from the business side of their own companies in an effort to protect journalistic independence from advertising pressure, which now seems like a quaint affectation of a bygone era.

Qualche giorno più tardi leggo che il Los Angeles Time offre il buyout ai suoi dipendenti. https://buff.ly/3cfRqaE

E per finire l’articolo di Lelio Simi “La guerra attorno alla #pubblicità: Concessionarie e agenzie, creativi e intermediari. i ruoli si confondono in una lotta di tutti contro tutti, tra alleanze improvvise, mode e strategie alternative”. https://buff.ly/2Pa76m1

Poi è arrivato il Covid-19, e la vera malattia è passata in sordina.

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