Facebook si ingoia il mondo! … e allora?

QUALCOSA DI VERAMENTE DRAMMATICO sta accadendo al panorama dei nostri media di comunicazione, alla sfera pubblica e alla nostra industria del giornalismo, e questo succede quasi senza che ce ne accorgiamo e certamente senza il livello di esame critico e di dibattito pubblico necessario.

Così inizia l’intervento di Emily Bell direttrice del “Tow Center for Digital Journalism at Columbia Journalism School”, tenuto a Cambridge la scorsa settimana: “The End of the News as We Know It: How Facebook Swallowed Journalism.”

Social media hasn’t just swallowed journalism, it has swallowed everything. It has swallowed political campaigns, banking systems, personal histories, the leisure industry, retail, even government and security. The phone in our pocket is our portal to the world. I think in many ways this heralds enormously exciting opportunities for education, information, and connection, but it brings with it a host of contingent existential risks.

Sorgente: Facebook is eating the world – Columbia Journalism Review

Il titolo dell’articolo che riporta il discorso di Emily Bell è ancora più provocatorio: “Facebook si sta ingoiando il mondo“. L’ho condiviso sui vari gruppi social, ma ha generato molta indifferenza.

Parlando con alcuni conoscenti che fanno di mestiere il giornalista, ossia che vivono esclusivamente grazie a questa specifica professione, mi sono accorto in questi ultimi anni che, come da consuetudine, molti di loro non si sono mai chiesti da dove arrivassero i soldi che permettevano all’editoria dei periodici e dei quotidiani di prosperare e ultimamente di sopravvivere. L’importante era essere pagati a fine mese dai loro datori di lavoro.

L’ingenuità e il candore con cui molti colleghi si sono espressi e si esprimono, davanti a certe scelte cruciali come l’adozione del paywall o le tasse da far pagare ai quattro moschettieri OTT, li accomuna alla folla di utenti che riempie Facebook di commenti uterini o viscerali.

Gli editori, si sa, erano abituati a gonfiare i numeri.

E ai loro giornalisti faceva piacere: “lavoro per un giornale che stampa miliardi di copie al giorno” oppure “lavoro per un mensile che stampa più di 35.000 copie”:
Insomma, non è uno scherzo! 35.000 copie!
Il mio tira 35.000 copie, e il tuo?

Poco importa sapere che in Italia ci sono 35.000 edicole (adesso saranno diminuite) e che ci sono anche gli abbonati. Come facciamo a distribuire 35.000 copie alle 35.000 edicole e agli abbonati?

Ovviamente qualche parte del paese non verrà raggiunta, ma che importanza ha?
Internet no! Internet, a differenza della carta, arriverà dovunque!
Poi c’è la storia degli abbonati.
Nelle riviste specializzate, ma non solo lì, si sa, molte copie sono gratuite, altrimenti come fai a convincere gli inserzionisti?
Hai bisogno di un numero grosso. Gonfiabile a piacimento.

Gli inserzionisti non sono mica scemi, hanno spostato molti soldi sul programmatic a scapito della carta.

Ma questi sono problemi dell’editore!
A me basta che mi paghino a fine mese.

Come predicato in precedenza e come, con piacevole sorpresa, ho letto recentemente in una intervista a Steven Levy : “l’effetto di internet sul giornalismo è paragonabile a quello che succede alle rane bollite, continua a diventare sempre più caldo nella pentola ma nessuno salta fuori fino a quando è troppo tardi.”

Non sapevo che anche gli americani piacessero le rane bollite e che usassero lo stesso accorgimento di noi italiani per cucinarle.

Autore: Renato Gelforte

it.linkedin.com/in/renatogelforte/

Vuoi commentare?