Sempre sulla crisi della professione.

Negli USA dal 2004 al 2017, un buon 45% di giornalisti ha perso il lavoro.
Le stime parlano di 71.640 impiegati nel 2004 ridotti a 39.210 nel 2017.

Ma ci sono studi, menzionati nel report qui citato, che affermano che la situazione è peggiore: si stima che nel 2017 i giornalisti impiegati nei giornali americani si siano ridotti a 25.000.

Una delle cause principali viene individuata soprattutto nel fenomeno dei giornali locali assorbiti dai “baroni” dell’editoria, che di fatto li hanno trasformati e li trasformano in “giornali fantasma”, in pratica edizioni locali delle grandi testate, privandoli di contenuti utili alle comunità.

Per lasciare posto alla pubblicità o a servizi effimeri sugli stili di vita, non vengono più prodotte notizie o informazioni sulle tasse locali, sulle candidature per gli incarichi pubblici e sulle decisioni politiche da prendere per risolvere le problematiche locali.

Fonte: http://www.usnewsdeserts.com/reports/expanding-news-desert/loss-of-local-news/the-rise-of-the-ghost-newspaper/

Utile a riguardo della stampa locale, leggere invece quello che succede in Inghilterra: How the BBC built one of the world’s largest collaborative journalism efforts focused entirely on local news

Blockchain per promuovere e premiare il giornalismo di qualità in modo decentralizzato

Leggo oggi su NiemanLab dell’esistenza di un sistema basato sulla blockchain per offrire giornalismo di qualità.

John Keefe, un giornalista americano, ha raccontato su NiemanLab.org la sua esperienza da neofita:

How to buy into journalism’s blockchain future (in only 44 steps)

Il sistema in questione si chiama “Civil” ed è stato “progettato per promuovere e premiare il giornalismo di qualità in modo decentralizzato, in contrasto con piattaforme come Facebook e Google”

L’ossature del sistema è il token Civil basato su blockchain. I detentori di token possono dare vita a organizzazioni per la diffusione di notizie all’interno del sistema e competere con altre organizzazioni grazie ai voti ottenuti dai membri iscritti al sistema. Voti che, a differenza dei “like” hanno un valore economico, anche se espresso in criptovaluta.

Per saperne di più: Civil

Prima di protestare per come Google ti posiziona, metti in ordine il tuo sito.

Trump ha espresso profondo biasimo per come Google posiziona le notizie che lo riguardano.

In testa alle ricerche sul suo conto fatte con Google, appaiono sempre le notizie della stampa “nemica” quelli che lui chiama “Fake News Media”, che potremmo tradurre con “mezzi di false comunicazioni” insomma tutti i mezzi di comunicazioni (stampa radio e tv) che, secondo lui, gli sono “ostili” e che lui etichetta come diffusori di “false notizie”.

Qualcuno ha fatto notare che i media a lui favorevoli, come “Fox News”, non hanno implementato, nei loro siti, i protocolli di sicurezza e quindi vengono penalizzati nei risultati di ricerca.

È noto, a tutti coloro che si occupano di SEO, che da circa un anno Google privilegia nei risultati di ricerca, i siti che funzionano su server sicuri (Https) quindi il consiglio che viene dato è che “prima di lamentarsi è meglio sistemare i propri siti”.

Bene la morale qual’è?

Nel web, dipendiamo sempre di più dalle regole che detta Google e questo dovrebbe farci riflettere, anche il presidente degli Stati Uniti deve rassegnarsi.

Fonte: Trump Attacks Google News Results, Search Experts Debunk Bias Claim 08/22/2018

Di Maio e la riforma EU sul copyright

Di Maio ha ragione a bocciare la riforma EU del copyright, ma resta comunque il problema dello sfruttamento dei contenuti da parte del duopolio Google e Facebook.

Mi sta bene che si opponga alla riforma EU sulla link-tax, ma ci deve anche dire come pensa di risolvere il problema dello sfruttamento dei contenuti prodotti dagli editori e dai giornalisti da parte del duopolio Facebook e Google.

Per documentarsi sull’argomento, suggerisco una serie di articoli aggregati sull’edizione del 28 giugno 2018 di  giornalisti.net.

ODG? Superato dalla rete

È interessante leggere le affermazioni fatte da Vito Crimi, sottosegretario con delega all’editoria durante l’evento romano “(In) Formare in digitale – Verso una relazione costruttiva per l’editoria”, convegno che tira le somme sui primi due anni dell’accordo siglato nel 2016 tra Fieg e Google.

Crimi afferma che con l’avvento della rete si stia superando il concetto che un “giornalista” debba per forza di cose essere “individuato” dall’ODG.

Molto cauto e attento alle parole da usare, Crimi dice cose che si sanno da decenni, da quando il 30 aprile 1993 il CERN decise di mettere il web a disposizione di tutti.

Grazie al web, venne data a chiunque la possibilità tecnica di pubblicare contenuti raggiungendo un pubblico mondiale, cosa concessa, fino ad allora, solo all’industria dei media.
Industria che doveva comunque fare i conti con le limitazioni tecnologiche che stampa, radio e tv imponevano e impongono tuttora, e che le permettono di raggiungere solo circoscritte aree territoriali e non l’intero globo terrestre come permette invece di fare istantaneamente il web .

Ad onor del vero, in conclusione, in crisi non è solo la professione del “giornalista” ma l’intera filiera dell’ “editoria”.

Crimi: con Rete si sta superando OdG. Serve interpretare e governare i cambiamenti nati dal web

Fonte: https://www.primaonline.it/2018/06/26/274012/crimi-con-rete-si-sta-superando-odg-serve-interpretare-e-governare-i-cambiamenti-nati-dal-web/

Dedicato a tutti quelli che pensano che il problema sia solo “italiano”.

È proprio vero che la carta non verrà mai meno!

Facebook lancia una rivista cartacea: “Grow”, ma, attenzione, non è una rivista, è solo un “programma di marketing aziendale”!

“Noi – ci tengono a sottolineare quelli di feisbuc – non siamo editori”. Quindi categoricamente si rifiutano di chiamarla “rivista”.

Ho letto la notizia oggi su Publishing Insider di MediaPost dove tra l’altro si aggiunge che in “Grow” non ci lavora nessun giornalista!

E i contenuti chi li ha scritti? 

“Sono stati creati da gente a cui abbiamo commissionato di scrivere materiale di marketing”, questa la candida risposta.

Sorgente: Facebook Launches Print Magazine “Grow,” Says It’s Not a Magazine 06/26/2018

Le classifiche. Parlare a nuora perché suocera intenda.

Commenti pubblicati a fronte del post di Pierluigi Regoli nel gruppo di Linkedin Editoria online: 

classifica i 50 siti di cronaca locale più visitati

Chiede Regoli: L’informazione locale è ‘centralizzata’ da pochi gruppi? che ne pensate?

Mio commento:

Più dei dati pubblicati da Audiweb che, come sottolinea dilloconinumeri, sono parziali poiché “i siti che appaiono in classifica sono [solo] quelli che scelgono di essere monitorati”, mi ha colpito invece il rapporto Reuters menzionato da datamediahub oggi: Digital News Report 2018  dove si evince che “I primi tre newsbrand che godono di maggior fiducia sono, nell’ordine, Ansa, Il Sole24Ore e SkyTG24, seguiti da Tg La7 e RAI News”, nessuno dei quali (salvo mie sviste) viene menzionato nella classifica di Audiweb.
Ovviamente le due classifiche hanno scopi e intenti diversi e quando si parla di “newsbrand” non ci si limita a parlare di “siti”.
Sarebbe opportuno comunque chiarire bene come fa a classificare i siti Audiweb. Per avere altri termini di paragone consiglio:
https://www.alexa.com/topsites/countries/IT che classifica i siti indipendentemente dal fatto che siano testate o meno.

Detto quanto sopra rimane da rispondere al quesito di Pierluigi Regoli.
Il problema non consiste nel fatto che “l’informazione locale è ‘centralizzata’ da pochi gruppi [italiani]”. Il problema vero è l’oligarchia globale (globale! impariamo a non limitarci al nosto pollaio) instaurata sull’informazione dalle piattaforme tecnologiche.

Utile da leggersi: http://www.datamediahub.it/2018/06/07/da-lera-dei-media-a-lera-delle-piattaforme/

Cronaca di un agonia annunciata

Leggo che le cose, per la carta stampata, non vanno bene neanche in Germania … anche per gli e-paper.

Per me non è una novità. E per quanto riguarda la scimmiottatura della carta sul digitale, ho sempre sostenuto si trattasse di una strada sbagliata fin dagli esordi.

Vi racconto i castelli di carta dei giornali in Germania

In più, i pubblicitari sostengono che l’efficacia delle inserzioni sugli e-paper siano tutte da valutare, perché lo stile dei lettori delle edizioni digitali è ancora da studiare e il supporto utilizzato (tablet o smartphone) non aiuta la diffusione tra amici, familiari o colleghi di lavoro, come accade con la carta. Oltre al fatto che proprio per la diffusione dell’abbonamento combinato, l’inserzione che appare sull’e-paper viene in partenza pagata di meno. Un aspetto decisivo: perché se i ricavi delle vendite non riescono certo a sostenere i costi dei giornali, il numero dei lettori influenzano le scelte degli inserzionisti. Meno copie vendute, meno pubblicità: la crisi della carta stampata è sbarcata anche nella Germania degli editori puri.

Fonte: http://www.startmag.it/mondo/quotidiani-germania/

Meglio tacere che [ri]ferire

Questa mattina, nel gestire l’edizione quotidiana di giornalisti.net, sono stato colpito dalla notizia riportata da giornalistitalia.it:

Il Papa ai giornalisti: “Meglio tacere che ferire”

Ma Santo Padre, non si era detto che le notizie sono in sostanza ciò che qualcuno non vorrebbe venisse pubblicato, e tutto il resto è pubblicità?
Ora lei ci dice che è “meglio tacere che riferire”, opss scusate “ferire”.

Ma i giornalisti non si sono mai peritati di non fare agli altri quello che non vorrebbero venisse fatto a loro! Loro si sono sempre sentiti fuori da questa regola, altrimenti si demolisce l’intero apparato del giornalismo che non si è mai fatto scrupoli di pubblicare la “verità” anche a costo di nuocere gli interessi di qualcuno.

oh no?

A proposito chi ha detto che “News Is What Somebody Does Not Want You To Print. All The Rest Is Advertising”

News Is What Somebody Does Not Want You To Print. All the Rest Is Advertising

Sempre sulla crisi e sulle sue cause.

Dopo i negazionisti della crisi dei #giornali e del #giornalismo è ora il turno dei #giornalisti animati da un unico sentimento: il rancore, che annebbia loro la vista e li porta a elaborare pensieri deliranti.

La crisi dei giornali italiani, secondo costoro è dovuta al fatto che gli editori si siano schierati politicamente dalla parte sbagliata.

Costoro continuano a dimenticare che nel resto del mondo occidentale, negli ultimi dieci anni la crisi dei giornali ha colpito indistintamente tutti gli editori sia tradizionali e sia “digitali puri”.

Basti leggere i dati sul numero dei giornalisti licenziati, prepensionati o indotti alle dimissioni negli Stati Uniti.

La crisi è globale e non limitatamente italiana e non ha nulla a che vedere con la mancata interpretazione dei desideri dei cittadini che, a quanto mi risulta, preferiscono le schifezze e le fake news (gli studi a tal proposito non si contano con le dita delle mani). Desiderio questo che ha permesso a Google e Facebook di macinare utili (dico “utili” evitando la parola “ricavi”) alla velocità della luce grazie al mercato perverso delle aste pubblicitarie che premiano le visualizzazioni, qualunque sia il contenuto, alla faccia di quelli che hanno sempre creduto che la qualità pagasse.

Ricordatevi inoltre che i ricavi dei giornali sono sempre arrivati in gran parte da una sola parte: dalla pubblicità e solo in modo risibile dalle tasche dei lettori.

Di seguito, tre articoli che hanno ispirato le mie considerazioni:

Il primo, di Riccardo Ruggeri, Editori e giornalisti dopo la stangata alle elezioni reagite o dovrete rassegnarvi per sempre è quello che più indispettisce poiché analizza la crisi del pollaio nostrano senza nulla dire della aviaria che sta decimando il pianeta.

Il secondo, di Alessandro Calvi, Nel «tu» a Zingaretti su “Repubblica” c’è la storia della crisi dei giornali, se vogliamo più elitario e raffinato , ma, come sopra, ha la pecca di non sapere guardare oltre ai confini nazionali e il torto di concludere con un “E, insomma, forse la colpa della crisi non è tutta di internet.”

L’ultimo, di Luca Sofri, A cosa servi , a compensazione dei precedenti e a dimostrazione che esistono ancora barlumi di lucidità.