Ricevo e volentieri pubblico questo articolo inviato da Ringhio.
Tutti (in qualunque settore produttivo) stiamo vivendo con apprensione l’evolversi di questa crisi mondiale, che è stata definita e descritta con aggettivi roboanti, minacciosi e catastrofici.
Il settore grafico sta peraltro vivendo una crisi nella crisi.
Al di là quindi del condizionamento esterno, altri fattori negativi fanno si che le speranze di ripresa ai livelli di occupazione (sia di macchine che di personale) degli anni dalla metà del 2003 ai primi mesi del 2008 possano trasformarsi in una pura e semplice chimera.
Questi fattori sono, in primo luogo, la sovraccapacità produttiva, col conseguente calo dei prezzi di vendita, che ha eroso i margini economici; certamente la stampa digitale (che è quella con le maggiori prospettive di crescita) in aree di nuovo e vecchio business (per esempio affissioni, bilanci, piccole ristampe di libri fuori catalogo); certamente l’espandersi della produzione rotoffset a scapito della produzione a foglio, cosa che riduce gli operatori addetti in maniera drastica (basti pensare alle velocità di produzione, o alla necessità di piegare i fogli stampati); certamente un crollo verticale (sia per profondità che per rapidità) della stampa rotocalco che, anch’essa aggredita dalle rotoffset in cerca di saturazione, soffre enormemente per la sua specificità del calo delle fogliazioni (meno pubblicità) e delle copie circolanti (meno vendite); certamente un “nuovo” affacciarsi sul mercato produttivo al servizio della grande distribuzione degli stampatori di quotidiani che cercano di vendere la loro residua capacità produttiva.
Dulcis in fundo, come ricorda quel detto (quando il gioco si fa duro… …), in una situazione di grande difficoltà la classe imprenditoriale e dirigente del settore ha mostrato tutti i suoi limiti. Questa non vuol essere una miccia ad innesco rapido per sterili polemiche, ma una semplice considerazione di chi frequenta questo settore da quarant’anni e conosce da vicino molti dei protagonisti. Il nostro imprenditore medio fa normalmente una serie di considerazioni che, personalmente, non mi sento di condividere:
- si risparmia la mezza persona nell’organico di macchina, ma non si pesano le persone che normalmente a frotte popolano gli uffici e in molti casi no si conoscono nemmeno le loro mansioni e quindi stimarne la loro produttività è praticamente impossibile.
- spesso si crede che la macchina nuova e performante risolva tutti i problemi. Questo sarebbe vero in un’azienda efficiente. Al contrario, in un’azienda non efficiente, l’investimento non esprimerà mai le sue vere potenzialità.
- incapacità di aggregazione tra le miriadi di piccole aziende (spesso complementari fra di loro) che potrebbero condividere alcune spese fisse, eccessive per i singoli, come lo sviluppo del sistema informativo, una direzione commerciale (o tecnica) comune i software per le automazioni di Preflight, i flussi in prestampa, RIP, CTP, ecc.
- quanto sopra impedisce anche di esprimere in un coro autorevole a chi di dovere, con voce forte e comprensibile, necessità imprenditoriali fondamentali come sistemi formativi fortemente integrati con l’industria, scuole manageriali per i quadri, assistenza all’esportazione, e chi più ne ha più ne metta.
Fatte queste poco ottimistiche premesse credo che la parabola che descrive lo sviluppo del settore sia in fase calante, e che sia poco probabile un ritorno ai livelli del passato.
Perché ?
Partirei a considerare chi muove i maggiori volumi nel nostro settore: i quotidiani. Dopo un’orgia di “full color” e alte fogliazioni (e gli enormi investimenti relativi ai nuovi impianti a partire dall’anno 2004), oggi si trovano a fronteggiare un calo delle fogliazioni stesse, così come delle tirature. La “moda” degli allegati (dai dizionari, alle enciclopedie, alle collane storiche) ha saturato il mercato. Anche a causa di ciò i centri stampa per i quotidiani, non di proprietà dell’editore, cercano di riempire durante il giorno i costosi impianti utilizzati per le poche ore notturne.
Tutto questo ha inevitabilmente riflessi sugli stampatori “commerciali”: prima ricevevano commesse dai quotidiani (allegati), oggi se li ritrovano come concorrenti estremamente agguerriti e che possono praticare prezzi estremamente concorrenziali, grazie ad una importante quota di spese fisse già pagata. In altri paesi editori storici di pubblicazioni quotidiane si stanno privando della parte produttiva (stamperia), costituendo nuovi aggregati industriali in grado di sfruttare gli impianti per 24 ore al giorno e garantire quel livello qualitativo richiesto dal mercato commerciale, sia installando macchine ibride (rotative da quotidiano dotate di forno) sia percorrendo nuove tecnologie (anilox offset).
Anche nel nostro paese esiste più di un esempio di questa filosofia. Un altro fenomeno da non sottovalutare è che nel nostro paese il mercato pubblicitario segue flussi ben precisi che lo indirizzano in maniera univoca sempre di più verso le televisioni piuttosto che verso la carta stampata. A questo proposito la volontà della famiglia Berlusconi di vendere ad un imprenditore privato la parte industriale della Mondadori (il maggior insieme di industrie grafiche nel nostro paese) potrebbe essere significativa.
Si affacciano nuove regole e nuove leggi (probabilmente di ispirazione europea) per quanto riguarda la stampa scolastica. Sembra che i testi dovranno avere vita più lunga di oggi e che debbano poter essere consultati in Internet. Questo significherà inevitabilmente meno carta stampata.
Della stampa digitale abbiamo già accennato, ma è tutto il digitale in generale che influenzerà i nostri prossimi anni, ed appena cala il costo del toner, le piccole offset avranno poco da stampare. Un esempio per tutti: già in questo momento la dichiarazione dei redditi dei singoli cittadini (modello Unico) si può fare per via telematica; questo significa milioni di copie, di pesanti fascicoli, stampate in meno e si evitano anche ristampe per errori o aggiornamento dell’ultimo minuto, dovuto all’aggiornamento di decreti e leggi. Ovviamente il passaggio dall’atomo al bit sarà favorito dai cambi generazionali, per cui aspettiamoci un rapido progredire di questa tendenza.
Da ultimo, alcune considerazioni etiche ed ecologiche: ma è giusto in un mondo che sta consumando se stesso, che sta faticosamente (attraverso i vari G8) cercando di darsi delle regole sui consumi industriali, continuare a mantenere (in presenza di alternative vere: atomo-VS-bit) attività industriali a forte impatto energetico e che genera una catena di consumi industriali spaventosa: carta, stampa, macero; carta, stampa, macero; … e così via e con una perdita costante di alcune materie prime non più recuperabili. Qual è la vita media di un prodotto stampato? Riflettiamo su questo, dopodiché ognuno è libero di dare la propria risposta.
A questo punto cosa ci aspetta?
Difficile rispondere a questa domanda. Posso solo formulare un’ipotesi, che è contemporaneamente un augurio per il settore.
Tralasciando quel tipo di attività fatto da piccole aziende che hanno fatto un loro faticoso percorso industriale e, soprattutto, commerciale, sviluppando tecnologie particolari e servizi funzionali alla clientela, ma che rappresentano una piccola parte del comparto grafico, credo che in futuro la forbice tra il prodotto usa-e-getta (per es: volantino del supermercato) ed il prodotto di una certa durata ed un certo costo (manuali, dizionari, libri di scuola, ecc.) continuerà ad allargarsi. Nel primo caso il costo di produzione (carta e stampa) è il principale costo del prodotto mentre per la distribuzione vengono usati canali diversi ma decisamente meno costosi che nel secondo caso. Nel secondo caso invece il costo di produzione rappresenta una piccola parte del costo complessivo per l’utente, mentre la parte del leone la fanno i costi di distribuzione, i costi dovuti al reso invenduto, i diritti d’autore, i costi di trasporto, i costi di magazzinaggio. Uno dei motivi delle chiusura di piccoli editori e di testate di nicchia è dovuta all’esagerato costo di distribuzione presso le edicole. In molti casi è pure dubbia la distribuzione dei prodotti editoriale, riviste, ecc che non sempre si trovano nelle edicole. È chiaro che se le nuove tecnologie aiuteranno a risparmiare i costi per i resi, per gli autori e per i magazzini (print on demand), a delocalizzare la stampa (costi di trasporto) e a modificare il sistema di distribuzione (posta o, meglio, il cliente che si ritira la sua copia presso il centro stampa) il successo è garantito.
Contemporaneamente, tornando al primo caso, si cercherà sempre di più di ridurre i costi di produzione del prodotto usa-e-getta ma quando le possibilità (concorrenza fra stampatori) saranno fisiologicamente esaurite non rimarrà che lavorare sul prodotto stesso. A questo punto, grazie soprattutto alle evolute tecnologie di prestampa che permettono di realizzare i file a secondo delle differenti esigenze tecniche (vedi l’elevata qualità dei quotidiani d’oggi) potrebbe diventare d’attualità l’utilizzo di carte povere o poverissime stampate senza l’ausilio di forni di essiccazione.
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