Come Google compra indulgenze.

Niente di nuovo sotto il sole.

Ho letto ieri l’articolo di Luca Sofri, pubblicato su wittgenstein.it titolato “Coi Soldi di Google”, dove manifesta alcune sue perplessità sul “severissimo commento” di Gianluca Mercuri, apparso sul Corriere della Sera , “per l’intervento di un centro studi americano contro i soldi spesi da Google per ottenere consensi accademici ai propri interessi economici e fare quindi lobbying sulla “legislazione antitrust e norme antipirateria” “.

Con tutta probabilità Gianluca Mercuri si riferisce all’articolo scritto da Brody Mullins e Jack Nicas sul WSJ “Paying Professors: Inside Google’s Academic Influence Campaign” riportato in diversi siti anglofoni che si occupano dell’industria dell’informazione.

Pur avendo grande ammirazione e stima per tutto quello che ha fatto e che fa Google per lo sviluppo del software e per l’innovazione su molti fronti tecnologici, da anni sostengo che Google è fonte di problemi perché (insieme a Facebook) drena le risorse economiche che un tempo affluivano all’editoria dei giornali. E questo, si badi, indipendentemente dal fatto che siano calati i numeri dei lettori e degli abbonati, fattore questo che c’entra solo in parte con le perdite delle entrate pubblicitarie.

L’equazione sostenuta da molti: “meno lettori uguale meno pubblicità”, per giustificare il tracollo dei media tradizionali, è fuorviante. Gli inserzionisti usano gli strumenti offerti da Google e da Facebook per raggiungere i loro obbiettivi là dove questi usufruiscono comunque di contenuti forniti dagli editori tradizionali.

Questa preoccupazione l’ho manifestata in diversi modi, soprattutto sostenendo lecito e corretto che i vari governi europei si coalizzassero per rettificare, correggere o adottare giusti rimedi per recuperare le risorse economiche che Google e Facebook stanno sottraendo ai giornali tradizionali.

Quello che non siamo riusciti a fare noi in Europa, lo stanno facendo i giornali americani che hanno creato The News Media Alliance nata per contrastare il duopolio Google-Facebook  che domina ormai, nell’era digitale, il mondo delle inserzioni pubblicitarie sfruttando i contenuti dei giornali tradizionali.

Mi è sempre dispiaciuto vedere come tanti giornalisti non se ne rendessero conto e manifestassero il loro dissenso ogni qualvolta si tentasse di arginare il fenomeno adottando tasse ad hoc o mettendo in discussione il metodo di fatturazione o comunque cercando di trovare rimedi al fenomeno misconosciuto dai più.

Ma sicuramente, credetemi, non l’hanno fatto certo per collusione, si tratta di pura e semplice ignoranza.

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